Arriva il momento, nella via iniziatica, nel quale il Libero Muratore incomincia a pensare alla Natura, alle leggi che la descrivono, a quelle che la ordinano e a quelle ignote che la governano. Dentro a questo percorso si sviluppa una crescente attenzione per "l'Estetica della Natura".

Da quando l’essere umano ha incominciato a definirsi come tale, lasciando alle spalle la sua primogenitura di ominide, ha scoperto nella Natura, oltre che i suoi aspetti utilitaristici anche quelli meta-strumentali, ossia gli aspetti estranei ai suoi bisogni primari del vivere fisico e materiale, gli aspetti che suscitarono in lui il senso di estraniazione dall’accadimento contingente ed il sorgere di sentimenti, emozioni e sensazioni sviluppatesi su piani che lo affascinavano ed intimorivano assieme.

La Natura incominciò ad apparire all’uomo come qualcosa che aveva un senso, tutto da scoprire, di sviluppo, di crescita e di cambiamento, simile ma non connesso all’evidente apparenza del tempo scandito dal sole e dalla luna e dal cambio delle stagioni. La Natura dilata il senso del Tempo e allo stesso momento dilata il senso del contingente e del materiale in senso dello storico e dell’immateriale.

Le piante, con le loro fasi di crescita e di dormienza, determinano la dilatazione del senso temporale; ma c’è un aspetto che le collega al mondo animale e che determina nell’uomo l’estasi della scoperta del divenire storico e che accomuna l’uomo alla natura, che lo fa autodefinire come essere nella e con la natura. Questo aspetto è l’immagine delle piante e degli animali che riportano nella propria forma il proprio divenire, da essere vivente in stato nascente ad essere vivente in piena maturità.

Una felce o una conchiglia sono l’evidenza del divenire come percorso univoco e costante, sono l’espressione della storia dell’individuo e della specie che si dipana nel tempo: le piccole foglie alla punta del ramo della felce ripropongono completamente le foglie adulte che stanno alla base del ramo, ma anche le spirali che si dilatano e si accrescono nella conchiglia illustrano il divenire storico e vitale dell’animale che perfora i veli del tempo e si proietta dal passato al futuro attraverso l’opera del presente.

Forse, in queste osservazioni primitive l’uomo ha esperito il suo senso del sacro, il senso di un ordine trascendente la contingenza del tempo presente e della contingenza della materia.

Tuttavia, questa “illuminazione”, che probabilmente è durata qualche migliaio di anni prima di consolidarsi in situazioni, strutture e relazioni culturali, ha comportato il senso di eccitazione sensoriale ed emotiva che si è tradotta e si è espressa a livello cognitivo nel senso estetico degli aspetti della Natura. Infatti, da quando l’uomo è uomo, il senso estetico è suscitato dall’osservazione della natura e, solo molto più tardi ed in forme assolutamente astratte e diverse, in estetica del pensiero stesso.

La Natura, quindi, eccita il senso estetico umano e questo, rielaborato in forme culturali, ritorna alla Natura.

L’uomo, quando, guarda una conchiglia e le sue spirali, vede in essa ciò che non può vedere in se stesso, vale a dire il suo passato; invece, guardando la propria mano d’adulto non vede né riconosce la mano di quand’era fanciullo. L’età del corpo umano è sempre la stessa, è il presente senza passato e senza futuro, eccetto trascurabili eccezioni. Invece, nelle spirali della conchiglia l’uomo vede tutto il trascorrere del tempo e la storicità dell’animale, coesistente in ogni fascicolo storico del suo esperire di essere che vive, che attraversa la storia.

L’uomo è colpito da questi esseri viventi che pure da morti descrivono la propria storia pietrificandola in una forma che illustra il movimento del tempo: la reiterazione e riconferma frattalica del suo essere se stessa. Nella loro forma c’è la trascendenza del tempo e della Natura, trascendenza svelata dall’ordine matematico, preciso ed ordinato dello svolgersi a spirale della conchiglia o nella ripetizione delle foglie dei rami, ad esempio della felce, dello svolgersi dell’ordine matematico dei frattali. Ciò che fa trasalire l’intelletto umano, è la coscienza della forma che esprime il senso di trascendenza all’interno di un costrutto che non è casuale, ma al contrario che esprime la costruzione sapiente del proprio essere e del proprio apparire, il principio intelligente della generazione della vita. Osservando i disegni ed i colori su una conchiglia o le disposizioni delle ramificazioni, nervature e coloriture di certe piante ci è impossibile accreditare un principio di casualità a tali esseri viventi, sembra esserci in quelle creature una forma d’intelligenza fine a se stessa che fa ordinare gli schemi costruttivi e le apparenze formali come espressione di una volontà di apparire all’interno del complesso organismo della natura. Come dice Adolf Portmann “L'aspetto visibile stesso va inteso soprattutto e nel senso più ampio come autopresentazione dell'individuo”, dandogli l’estro di citare Goethe “Ogni forma vivente vuole anche mettersi in mostra”. Questa volontà d’apparire, di dare rappresentazione di sé come individuo possiede una sapienza progettuale, matematicamente esprimibile, anzi, vera dichiarazione della matematica come rappresentazione concettuale dell’ordinamento naturale. Dice D'Arcy W. Thompson, in "La conchiglia del Nautilo", "Le forme geometriche, le belle spirali delle conchiglie, erano così perfette nei tempi più remoti della paleontologia quanto lo sono oggi, così come i fiocchi di neve non sono diversi oggi da quelli che cadevano nell'infanzia del mondo. Le leggi della fisica, i principi della matematica non hanno bisogno di un’evoluzione". Ma la conchiglia ignora tutto ciò, essa “emana” la sua forma in modo cieco, come necessità, tanto quanto l’Uno plotiniano emana la realtà, senza volontà ma per pura necessità della propria natura. Paradossalmente, la conchiglia che fissa la sua storia nella sua forma ignora la storia, procedendo, come detto, per necessità d’emanazione. La spirale della conchiglia con il suo ordine matematico, lo svolgersi dei rapporti di proporzione nelle sue forme, matematicamente precisi e determinabili, rappresenta la qualità espressiva del visibile che si traduce in una quantificazione invisibile.

Lo sguardo disattento e trascurato dell’uomo moderno e desacralizzato, distratto dalle forme da lui stesso create che non si ricollegano e non si riconoscono più nelle forme naturali e che di queste non riconosce la ricomposizione col sacro, non sa cogliere con l‘immediatezza dell’evidenza la rottura che la forma di una conchiglia, di un fiore, di un insetto operano nell’indistinta apparenza disordinata della Natura. Ma questo disordine è la conseguenza cognitiva umana dell’incapacità di far riapparire la trascendenza sacrale insita nella Natura.

È solo in questa riscoperta e riconoscimento di trascendenza che possono essere riconosciute le ambizioni dell’intelletto umano, le capacità di riconoscere e descrivere ciò che è ed il suo contrario, l’ordine e la congettura, l’ideazione e la necessità, la legge e l'eccezione. In tutto ciò, in queste volute a spirale della conchiglia, l’essere umano scopre il sussistere di ciò che, come dice P. Valéry in "L'uomo e la conchiglia", è a lui vietato ed impenetrabile.

Nella conchiglia e in tutte le forme della natura che si manifestano in accrescimenti successivi della stessa forma, c’è la cattura del tempo e la sua cristallizzazione in forme materiali che esprimono la progressione sapiente del divenire della vita. Questa progressione sapiente, d’ignota estrinsecazione, dà all’uomo l’esatta, anche se imperscrutabile definizione della rinnovazione perenne dell’accadimento della Natura che l’uomo si ostina a chiamare “legge” e che tenta con disperata ed esaltante ricerca di fissare con le espressioni matematiche. Proprio queste “capacità” matematiche della Vita esaltano le necessità della cognizione umana alla ricerca dell’ordine e del sovraumano.

Nella Natura non esiste nulla di prefigurato, non c’è nessuna abilità o saggezza esecutiva, come quella dell’artigiano o dello scienziato, ma solo cieco accadimento che segue sviluppi privi di ogni prefigurazione simbolica. La Natura “emana” se stessa nella narrazione della propria storia senza immaginare di determinare la propria esistenza. La Natura, esplicando la propria storia attraverso le forme storicizzanti il proprio vivere dichiara semplicemente la propria esistenza.

La conchiglia con la sua forma spiraleggiante in cui si racchiude lo sviluppo del tempo, dichiara all’uomo la duplice essenza dell’espressione vitale della Natura: ad un livello, la Natura esprime stessa senza dichiarazione di forme, come aspetto metastorico della vita, e ad un altro livello la Natura con le sue forme, dichiara l’aspetto storicizzato della vita. La vita esprime se stessa come ente in sé ed ente di per sé. Il mondo si esprime agli occhi umani come mondo che è e come mondo che diviene. L’uomo coglie allo stesso istante, nella visione della conchiglia e di tutte le forme ad essa affini e similari, la coesistenza dell’essere e del divenire nell’Uno della Vita.

Questo principio d’intelligibilità del plurimo nell’Unico, che esalta le proprietà estetiche dell’immaginifico umano, scaturisce dalla contemplazione umana della diversità qualitativa della Natura e genera la concezione del principio intelligente della Natura e della Vita.

Osserviamo un semplice e comune organismo vivente, quello che noi chiamiamo “cavolfiore”. Questo organismo ha la proprietà di esprimere o meglio riprodurre in ogni sua parte l’immagine del tutto. Infatti, ogni parte del cavolfiore è la riproduzione in piccolo dell’intero cavolfiore. Esso esprime materialmente un tipo d’equazione matematica che è chiamata “frattale”. Questa particolare forma la ritroviamo in numerosissime specie botaniche ed in molte forme organiche che sono l’espressione transeunte tra le specie botaniche e quelle animali ed anche in forme elementari, per modo di dire, del regno animale. È in queste forme di vita che l’uomo ha riconosciuto con l’immediatezza dell’evidenza il discostarsi dell’ordine dal caos, della permanenza dalla contingenza. "Come un suono puro o un sistema melodico di suoni puri in mezzo al rumore, così un cristallo, un fiore, una conchiglia si distinguono dall'ordinario disordine dell'insieme delle cose sensibili” ci fa notare sempre Paul Valery.

La Natura è genio al lavoro, ma genio ordinato e tendente al semplice, vale a dire all’eleganza delle sue espressioni riducibili alla geometria e alla matematica. La natura tende alla costanza e trova la sua espressione d’evoluzione solo nella rottura della costanza, in altri termini la vita è una costante che si riproduce attraverso la rottura di questo andamento costante.

Ecco che l’uomo intuisce nelle forme della natura, in certe forme, il principio dell’”essere” ed assieme quello del “divenire”: incomincia ad esprimere un’estetica non formale ma metaformale della Natura e con questo della sua propria esistenza. È in questa osservazione del finibile e molteplice sensibile che si genera l’intelligibile gnoseologico dell’interpretazione matematica della Natura, dell’esistenza di norme universalmente valide. Tra le tante forme della Natura ci sono quelle, come la conchiglia, che definiscono una “direzione”. L’andamento a spirale si muove in direzione univoca a differenza di altri andamenti “frattalici” che si muovono in tutte le direzioni, come le foglie.

In questa espressione d’indirizzo o di espansione troviamo il senso della potenza vitale, della procreazione. La conchiglia a forma di spirale possiede in sé l’informazione della propria vicenda storica e informa di sé e della propria vicenda l’osservatore. C’è in questa informazione il senso della determinazione, della necessità condizionata. Ciò vuol dire che l’uomo rileva nella forma della conchiglia il senso del destino ineluttabile, del destino come elemento formale della Vita. In altri termini l’uomo scopre l’obbligo, la necessità formale di ogni cosa, l’imperativo formale della Vita.

Tuttavia, acuendo il suo sguardo, l’uomo intuisce che la forma pietrificata della conchiglia ha un senso nascosto, pari a quello di un mulinello di sabbia, al vortice d’acqua in un torrente, il senso dell’azione contrapposta e combinata di forze in atto. Nella conchiglia si vede il limite ultimo della lotta tra forze, mentre nel vortice d’acqua si vede la lotta in azione.

 

NOTE______________________________________________________________________________

  Adolf Portmann, Le forme viventi, Adelphi, Milano 1969 p.31 Cit. in: www.estovest.net/ecosofia/portmann.html#inizio

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