C’era una volta un vecchio. No, non era un vecchio, era un giovane travestito da vecchio.
Aveva delle lunghe trecce bianche che gli scendevano sul petto come un collare e svolazzavano come serpenti d’argento al suono tintinnante dei suoi pensieri.
Il suo sguardo aveva la trasparenza ondeggiante dell’aria del Supramonte e la lucentezza dell’ombra delle foglie di mirto.
Si sforzava di camminare zoppicando per mascherare il passo lieve del suo amore che percorreva i sentieri delle anime che incontrava. E faceva finta di essere smemorato per dare spazio ai ricordi delle cose che ancora dovevano accadere.
In realtà era uno spirito che, come tutti gli spiriti, muoveva le ali purpuree delle emozioni di chi attraversava con soffio etereo.
Mi capitava spesso di incontrarlo nei luoghi più impensati, eppure ogni incontro era come un appuntamento; come quella volta che sentii il bisogno di entrare in un giardino e lo trovai seduto sulla panchina con l’aria paziente di chi mi stava aspettando. Mi sedetti sentendomi lieve come una foglia d’autunno che si adagia ondeggiando lenta sull’asse della panchina. Parlammo con molta intensità del più e del meno e, ogni tanto, per rilassarci, divagavamo sulla concezione religiosa dei Neandhertal o sulla magia dei movimenti delle sfere celesti e della loro importanza nel pensiero dei mistici sufi. Oppure, semplicemente, del significato sacrale del fiore di nontiscordardimé.
Poi con la leggerezza di un battito d’ali di farfalla lasciò che la frase appena detta a metà mi si avviluppasse con le sue spire …ed andò via, col suo passo che non capivi se danzasse o zoppicasse.
Talvolta lo vedevo sbucare dall’angolo di un vicolo ed attraversare la gente col suo corpo forte e solido, quasi una carezza lieve come lo sguardo materno.
Mi faceva paura perché sembrava che mi leggesse tra le righe dell’anima. Aveva la pragmatica concretezza delle stelle che forano il silenzio dolente dell’umanità che non sa parlare a se stessa.
Non so da quale contea fosse giunto a noi ma portava con sé l’aroma secco e pungente dei rosi marini. Parlava tutte le lingue o così sembrava, infatti quando parlava non parlava alle persone ma ai cuori delle persone e tutti lo capivano e credevano che parlasse la loro lingua perché intendevano la musica dei suoi pensieri che percorrevano i sentieri innevati e le strade assolate delle coscienze silenti. Le sue parole danzavano nell’aria come note di canzoni rituali e nessuno ricordava nulla di quello che lui diceva, però andavano via col passo danzante ed il cuore che cantava, senza accorgersi che avevano la statura cresciuta di un palmo.
Ogni volta che mi parlava non sentivo la sua voce perché le sue parole erano il trillo del fringuello, il sussurro della brezza dolce, il fremito della terra, il ridacchiare allegro dell’acqua del torrente e mi accorgevo che prima delle sue parole ero un pigro viaggiatore che si sposta nei millenni ricercando i sentieri e le orme degli animali, ed ora, dopo le sue parole, un uomo che segue i sentieri e le orme della sua stessa anima. La sua voce aveva il colore della notte, sapete, di quelle notti senza luna, quando si cammina e non si sa distinguere tra la terra ed il cielo e si affonda nel profondo delle stelle, lì dove l’universo si fa unico e fa risuonare cristallini i pensieri del viandante.
Mentre parlo, mi volto sconcertato… e lo vedo allontanarsi rimpicciolendosi velocemente come pura scintilla puntiforme di luce, ma ora il mio cuore ride.

