È passata mezza luna dal giorno del solstizio d’inverno. Gli altri, i pochi superstiti, si sono già ritirati nei loro angoli oscuri della foresta. Io sono rimasto qui, sotto la quercia sacra, a guardare nel liquido lattescente del vischio bollito i fantasmi del mondo degli uomini, un mondo che, triste, compiango.
Penso agli Dei immortali che stanno morendo. Essi muoiono di noia perché scacciati dal cuore degli uomini.
Che strana cosa è il cuore umano, è un posto piccolo dove albergano molti esseri strani, tra i quali anche gli Dei che da lì comandano il destino umano.
Ripenso agli altri tempi, quelli quando molti Dei comandavano e la vita era piena di contraddizioni ma anche di avventure e sembrava che il tempo non si esaurisse nel passato immemore.
Un nuovo tempo è sorto, lo vedo nel mio falcetto d’argento che ha perso il filo. Per decenni esso aveva conservato il filo come un rasoio che un Dio misterioso la notte affilava mentre dormivo. Lo tocco ma non sento più la vibrazione del canto degli Dei. Gli Dei senza uomini ora sono come re senza regno, vagano, inutili fantasmi, nel mondo freddo ed indifferente alla loro sofferenza.
Una tristezza maggiore mi assale, perché vedo che anche l’uomo non se la passa meglio.
Nei villaggi che attraverso, anche io flebile fantasma di un’epopea silenziosa, non sento canti né vedo danze inneggianti agli antichi miti, alle epopee esaltanti; paradossalmente il cuore umano vuoto pesa nel suo petto e l’opprime. Tra i tanti sguardi spenti ogni tanto vedo sguardi esaltati, pieni di ardore distruttivo inneggiante ad un Dio esclusivo e senza storia antica e che per questo non riempie il cuore di leggende e miti e canti e danze. I più hanno sostituito gli antichi Dei con un Dio straniero che non li conosce e non li capisce e così il loro sguardo si è spento.
Ma noto anche, da qui, tra i vapori del vischio bollito sotto questa antica quercia, un tempo luogo di felici danze e canti, che non tutto è perduto. Gli uomini, questi uomini spenti, cercano di ricordare le antiche leggende ed i lontani miti riadattandoli al Dio straniero.
È un segreto rimpianto che cerca di opporsi all’immiserirsi del cuore, quel cuore un tempo grande perché pieno di Dei e che ora si è ristretto per adattarsi all’unico Dio, facendo immiserire la storia dell’uomo, dimenticare le epopee che avevano allietato i giorni della sua esistenza.
La mia conoscenza ereditata dagli antichi mi suggerisce che l’uomo sa inconsapevolmente che il suo è un destino strano, che non è immutabile come quello degli Dei.
Lo stormire delle fronde, il rumore di qualche ghianda che cade mi fanno venire in mente che l’uomo percepisce che la sua storia non è dritta e lineare come quella divina, la sua è una storia di mutamenti che per un po’ sembra proiettarsi avanti e poi con una capriola tornare indietro. L’uomo è una ghianda che nasce sull’albero e poi cade per diventare una nuova pianta, che le foglie stormiscono al vento mutevole come le vite umane alla storia. L’uomo sa, senza saperlo, che 1000 o 2000 o 3000 anni contano come un chicco di grano nel grande magazzino della storia della specie.
La conoscenza antica delle storie degli Dei mi dice che un giorno gli Dei troveranno la strada per rientrare nel cuore degli uomini e farli rifiorire ad una vita ricca di dolori e contraddizioni, ma anche di gioie esplosive, battaglie audaci e vittorie esaltanti e la vita sarà degna di essere vissuta, pur nella sua brevità.
Io sento… io so, che finirà l’era della noia, della meschina imitazione della storia uniforme di un Dio solitario e deluso dalla sua esclusività.
Pensando a questo Dio straniero spero che la fortuna di questo Dio possa essere quella di farsi da parte nel cuore dell’uomo e di coabitare con altri Dei. Allora la sua storia diventerà vivace e spumeggiante di saghe e miti come quella degli altri Dei; appagato ritroverà il sorriso, felice di avere anche lui le sue saghe e miti e sarà buono con gli uomini. Questo è l’augurio che gli faccio, mentre mi avvio sul sentiero del ritorno, dentro la foresta inaccessibile, col passo lento del tempo infinito.

